Viaggio nei tuoi occhi

VIAGGIO NEI TUOI OCCHI   2 026

Viaggio nei tuoi occhi
di Agata Motta

con Nené Barini
Germana Mastropasqua
Alessandra Roca
direzione musicale Antonella Talamonti
regia Clara Gebbia

assistente alla direzione musicale Germana Mastropasqua
scene Massimo Bellando Randone
disegno luci Gianni Staropoli
suono Francesco Maione
produzione Umane Risorse/369gradi

In Viaggio nei tuoi occhi Agata Motta disegna tre personaggi che sono tre modi diversi di essere e non-essere madri:
una donna anziana, che a causa di un disturbo senile non ricorda più di avere una figlia e dedica tutti i suoi pensieri a Bartolomeo, il gatto smarrito;
la figlia di lei, che cerca di tenere il filo delle generazioni, interrotto dalla memoria intermittente della madre, con cui tenta un ostinato dialogo e racconta dei suoi tentativi falliti di diventare madre; la donna con cui la figlia dialoga in chat della mancata maternità;
Quest’ultima, presenza-assenza, voce e sentimento, esisterà con forza soltanto negandosi alla sua funzione di riverbero e schermo dei sentimenti altrui.
La messa in scena dell’ensemble Umane Risorse incontra il testo di Agata Motta proseguendo nella propria ricerca, che affonda le radici nella musica di tradizione orale italiana, riscrivendola e sperimentando tutto il continuum di possibilità che esiste tra la parola parlata e la parola cantata.
Nella visione registica si è scelto di sovrapporre alle tre donne l’archetipo delle Moire, tessitrici del destino di ogni nuovo nato: Lachesi che fila, Cloto che tesse e Atropo che recide il filo della vita. Questi figure archetipiche sono portatrici del canto rituale.
Il linguaggio del testo di Agata Motta, fatto di dialoghi quotidiani a cui si affianca una lingua densa e di registro poetico, (insieme al canto e alla scelta dell’uso della lingua greca su alcuni frammenti di testo di Esiodo e Platone e della stessa autrice tradotti in greco), hanno reso possibile il manifestarsi di queste ‘presenze’ arcaiche e vive nel momento in cui queste tre donne vivono il manifestarsi della vita e della morte.
La regia di Clara Gebbia, la direzione musicale di Antonella Talamonti e il lavoro delle attrici-cantanti del gruppo rende l’ incontro fra questi personaggi e i loro archetipi in un procedere circolare, al ritmo del ricordo, in un continuo rito di passaggio tra reminiscenze e dimenticanze, tra la vita e la morte, il buio e la luce, il suono e il silenzio, la parola e il canto, nell’essenzialità del gesto, dello spazio e della luce.

Esistono aspetti della realtà sui quali ci si sofferma con curiosità, inquietudine, accanimento. Alcuni di essi hanno catalizzato la mia attenzione per capire se qualcosa di buono e di giusto potesse venire fuori dalla sofferenza quotidiana. Poi, come spesso accade nei miei lavori, sono partita da una parola che ha continuato a passeggiarmi in testa con disinvolta insistenza.
Così è nato Viaggio nei tuoi occhi: il numero sempre più alto di maternità tardive, inseguite con ostinazione e caparbietà; la gestione dei genitori anziani, sempre più longevi e quindi sempre più malati, con il suo carico di sensi di colpa irrisolti; l’uso distorto dei network, quando in essi si trovano comode schermature e specchi riflettenti e, infine, la parola “madre”, sempre presente all’appello nonostante i miei reiterati tentativi di resistenza. A quel punto il gioco si è compiuto con rapidità, in esso spontaneamente si sono coagulati i discorsi che volevo affrontare, trovando nella maternità il filo conduttore.
La donna anziana è stata madre ma non lo ricorda più, la figlia lo diventerà e ne scoprirà le laceranti contraddizioni, la donna al computer desidera diventarlo e frattanto insegue un sogno di complicità femminile. Centrale è l’importanza dell’essere madre e figlia insieme e dei gorghi emotivi che questa duplicità costringe ad affrontare, così come la constatazione banale ma terribilmente vera che si può comprendere – e conoscere realmente – la propria madre solo quando si diventa madri. Se poi su tutto scende il velo della dimenticanza, mentre l’attesa si anima di colloqui impossibili, dal dolore potrebbe scaturire il sorriso e, con esso, il sacro dono della consapevolezza che porta ad un traguardo irrinunciabile: la conoscenza di se stessi.
Agata Motta